Tutto ricominciò con un'estate ignava
Non ho mai messo piede a Venezia e non mi manca.
Con questo non posso escludere che, a capitarvi un giorno o una notte, rimanga stregato da qualche mattone, o da un paio di gambe che fendono la frenetica immobilità di pensieri vuoti.
Intanto mi accontento, quando capita, di percorrerne canali piazze corti con piedi ed occhi altrui, reali o derivati da sogni di più o meno illustri sconosciuti, tra le righe di un romanzo, i balloon di un fumetto, i volti di un film.
Ancorché minimo, magari asfittico, mi soccorre il dedalo del mio cortile metaforico, cui non mancano canali e lagune. E perdendomi nel quale, a volte, capita di imbattersi in una Corte Sconta detta Arcana tutta mia.
Non saprò mai, prima di finirci dentro, che fosse proprio lì. Non potrei dire se vuota o brulicante di assenze. Rassicurante o minacciosa. O tutt'e due.
Generalmente vi capito di notte o nel crepuscolo, ma può rifulgere anche il sole, pur se di rado. Col tempo ho potuto constatare che, all'inizio, vi regna sempre uno statico silenzio, destinato a cominciare a scorrere siccome fiume placido oppure a disvelarsi, corolla dal bocciolo, nei fuochi pirotecnici di parole frasi gesti accavallati, vicini e roboanti come lontani ed ovattati.
E sarà un valzer di giostra - o forse l'azzoppato cigolìo di un cavalluccio a dondolo.
Sarà l'incontro con qualcosa che mi attende o che cercavo - o che credevo di aver dimenticato.
Forse me stesso.
Forse un estraneo.
Forse è la stessa cosa.